Il social preferito dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato sicuramente, fin dai primi giorni della sua campagna elettorale, Twitter, ma come spesso accade nelle migliori storie d’amore qualcosa rompe l’idillio dando il via ad una vera e propria guerra tra le parti.

Ma cosa è successo?

Partiamo dal principio, lo scorso novembre è divenuta attuativa la scelta Twitter di non accettare più sponsorizzazioni di contenuti politici. Infatti, sulle nostre pagine scrivevamo così “Jack Dorsey, ha annunciato in maniera forte, e – diciamocelo – disarmante, che a partire da novembre tutta la pubblicità legata a contenuti politici sarà bannata, vietata”. Novembre è arrivato: detto, fatto! In maniera irreversibile, qualsiasi (o quasi, vi sono piccole eccezioni peri big media targati Usa) tweet sponsorizzato di tipo politico viene definito “non idoneo”. (Qui tutto l’articolo Twitter boccia la politica). “La pubblicità online è molto potente ed efficace per gli inserzionisti commerciali, ma quando si parla di politica questo potere comporta grandi rischi, perché può essere usato per influenzare voti che influiscono sulla vita di milioni di persone” questa la motivazione data dall’uccellino azzurro.

Nota a latere: solo io leggo dell’altro a parte l’aspetto etico/morale tanto acclamato da Twitter? L’obiettivo è guadagnare quella fetta di mercato legata alle imprese che hanno sempre investito poco sulla piattaforma rispetto agli altri colossi (Facebook) che, invece, “accettano tutto” inquinando il mercato alle aziende. Twitter sta provando a dire alle aziende senza dubbio: “venite da noi, i politici non comprano qui spazi pubblicitari limitando, quindi, la vostra azione”.

Torniamo, ora, al caso del momento.

Donald Trump ha ben 80 milioni di follower su Twitter e la utilizza come strumento di marketing politico e megafono dei suoi annunci, qualche giorno fa, però, la società di San Francisco ha osato, per la prima volta, “correggere” il presidente Trump, bollando i suoi tweet come “contenuti da verificare”. Questi evocavano il rischio di frode elettorale dopo la proposta del governatore della California Gavin Newsom e di altri democratici di valutare il voto “postale” a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19.

La compagnia ha segnalato alcuni tweet con l’avviso di “verificare i fatti” ed un suo portavoce ha fatto sapere che i tweet di Trump “contengono informazioni potenzialmente fuorvianti sui processi di voto e sono stati contrassegnati per fornire un contesto aggiuntivo“.

La reazione di Trump

Il Presidente degli Stati Uniti non ha preso bene la vicenda, ed il primo atto è stato sfogarsi “cinguettando” sulla medesima piattaforma “Twitter sta interferendo nelle elezioni presidenziali 2020. Stanno dicendo che la mia dichiarazione sul voto per posta, che porterà ad una massiccia corruzione e alla frode, non è corretta, basandosi sul fact-checking delle Fake News Cnn e del Washington Post“.

Trump abolisce lo scudo legale dei social media

La sua vendetta è poi continuata, Trump ha infatti firmato un ordine esecutivo, l’equivalente di un decreto in Italia, che renderà più agevole perseguire legalmente i social (come Twitter e Facebook) qualora decidano di cancellare post considerati fake news o chiudere gli account di provenienza.

Il decreto potrebbe rendere più vulnerabili social media e piattaforme online, ma la sua efficacia è tutt’ora in fase di dibattito, sembrerebbe più un atto da campagna elettorale in linea con le sue dichiarazioni.

Esattamente come il nostro connazionale Silvio Berlusconi, il Presidente è da sempre convinto che stampa e tv siano in gran parte di sinistra, ora aggiunge alla sua convinzione anche i social media.

Secondo Trump, infatti, i social hanno un piano editoriale progressista, o comunque tutt’altro che neutrale, finisce perfino con l’accusarli di “fare attivismo”.

Donald Trump ha, infine, minacciato di chiudere i suoi account Twitter e Facebook, ma ci riesce difficile credere che lo farà sul serio.

La risposta di Mark Zuckerberg

Il CEO di Facebook, che per la sua piattaforma social adotta un approccio politically correct, non ha tardato a dire la sua per correre ai ripari, criticando Twitter:

“Abbiamo una politica diversa. Sono fermamente convinto che Facebook non possa essere un arbitro in ciò che la gente dice online, in particolare le aziende che forniscono una piattaforma per tali discussioni non dovrebbero farlo”.

Ed ora cosa succederà?

L’impressione è che effettivamente Twitter stia un po’ esagerando irrigidendo le proprie posizioni oltre ragione, d’altro canto, il presidente degli Stati Uniti che ha già iniziato la sua campagna elettorale per confermare la sua permanenza alla Casa Bianca, aggiungerà al suo arsenale propagandistico anche questa vicenda.

Zuckerberg, al contrario, ha assunto da subito una posizione conciliante, la politica di Facebook rimane protesa alla fatturazione e al monetizzare quanto più possibile durante le elezioni politiche ed in generale.

La guerra tra Trump e Twitter continua

Se pensavate davvero che lo scontro fosse finito qui, sbagliavate. Sbagliavamo.

Poche ore fa altri 2 tweet del Presidente Trump sono stati censurati, eccoli:

Per la piattaforma i contenuti di Trump violano “le regole di Twitter sull’esaltazione della violenza”.

Insomma, possiamo dircelo: diciamocelo senza mezzi termini: lo scontro è iniziato e nessuno riuscirà a prevedere cosa succederà. Inevitabilmente qualcuno ne uscirà con le ossa rotte, questa è l’unica certezza dato che per una campagna elettorale (e non solo) il marketing politico è tutto.

Potrebbe questa storia rivelarsi un assist per la piattaforma di Zuckerberg?

Trump si troverà costretto ad utilizzare un’altra piattaforma per la sua propaganda dopo gli ultimi avvenimenti, e ci appare quanto mai difficile ipotizzare l’utilizzo della nuovissima Tik Tok (ma potrebbe essere un’idea!?).

La narrazione elettorale, dunque, verrà in toto trasferita e sponsorizzata su Facebook ed Instagram?

È troppo presto per esser certi dell’esito di questa storia. Non ci resta che restare collegati e aspettare la prossima mossa!

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