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Di seguito l’intervista ad Alessio Postiglione, addetto stampa presso il governo e, in passato, al Parlamento europeo e con il sindaco de Magistris, è direttore di Master e docente in molte università, già Research Assistant all’Istituto Universitario Europe.

Rispetto al tema dei fenomeni della comunicazione di massa e della grande influenza che i nuovi media hanno sulla società, quanto pensa che questi siano stati parte del successo del Movimento 5 Stelle, di Salvini e di Giorgia Meloni?

I nuovi media hanno sicuramente favorito l’ascesa di questi movimenti e leader politici.

Si tratta infatti di movimenti che sono stati a vario titolo definiti populisti anche se rappresentano offerte politiche diverse, ma accomunate da una certa cifra, massimalismo e radicalità delle posizioni. Dato che sappiamo abbastanza incontrovertibilmente che i social media favoriscono la polarizzazione politica, perché la timeline è una filter bubble composta da notizie che confermano le tue opinioni, è ovvio che proprio le nuove dinamiche di partecipazione alla sfera pubblica attraverso internet abbiano orientato il voto degli elettori verso partiti con messaggi radicali ed estremi. Mentre la politica tradizionale è fatta di mediazione e linguaggio paludato, il web favorisce la disintermediazione e premia un linguaggio disintermediato, cioè diretto, fatto di messaggi chiari e, a volte, anche di vaffa.

Secondo lei, i social media hanno cambiato il modo di intendere la comunicazione politica? Se sì, in che misura?

I social media sono sicuramente una rivoluzione. Consentono di

profilare l’elettorato come mai prima nella storia dell’umanità. Perché i dati che Facebook possiede non sono frutto di un panopticon della sorveglianza, di un grande fratello che ti osserva dall’esterno, ma sono dati che gli stessi cittadini volontaristicamente confessano al social network.

È una rivoluzione del sapere enorme. E sapere e potere sono sempre connessi.

Quanto, in chiave mediatica, la multicanalità ed il rapporto online/offline pensa possa incidere sul successo di una campagna elettorale?

In verità tutto serve. A volte mi chiedono: “Ma quanti voti sposta il web? Quanti voti il porta a porta?”. Dato che si vince anche per un voto solo e tutto porta voti, bisogna fare tutto. Per questo, le campagne elettorali sono stressanti.

Poi, non mi sento di dire cosa è più importante. Certo, il contatto fisico è sempre il valore aggiunto, ma magari conferma una empatia che si è creata sui social, dato che nessuno, tranne i militanti, può conoscere un leader in modo diretto, senza passare prima dai mezzi di comunicazione.

In un periodo drammatico e drammaticamente saturo di informazioni, spesso eterogenee, sulla grave crisi sanitaria che stiamo vivendo, pensa che le piattaforme debbano avere un ruolo attivo nel combattere notizie non verificate?

Stiamo assistendo a questo protagonismo dei social, che dopo aver favorito le fake news perché il traffico si fa sulla “coda lunga” dei contenuti di nicchia, ora vogliono stabilire ciò che è vero o falso, censurare Trump o Le Pen. Io dico che dare questo ruolo ai social è pericoloso.

Certo, le balle dovrebbero essere oscurate. Ma c’è il rischio che cali la mannaia della censura non sul falso, ma solo sulle opinioni non conformi.