Come è stato possibile trasferire un linguaggio tanto violento definito “da bar” in realtà come i social media? Come è stato possibile che messaggi violenti divenissero la prassi anche in politica senza che nessuno tentasse di porre un argine?

L’incitamento all’odio, l’hate speech, è ad oggi un problema globale, ma proviamo a darne una lettura italiana, andando a scoprire quali sono stati i primi “attori” ad essersene impossessati, ad averli utilizzati e addirittura canalizzati in un partito politico.

Gli albori dell’Hate Speech in italia: VaffaDay e Il “Sacro” Blog

Bologna, Piazza Maggiore è stracolma di gente, per la maggior parte ragazzi, di sinistra e delusi dal governo, siamo nel settembre del 2007, e il governo è quello di Prodi.

Una piazza così non si vedeva da anni, Beppe Grillo comincia il VaffaDay.

Promette la rifondazione della cittadinanza attiva, partendo dalle Rete, attraverso proposte concrete come parlamento pulito, acqua pubblica, Wi-Fi gratuito, rispetto delle leggi sulle frequenze per la telecomunicazione e molto altro.

Nel 2005 aveva aperto un Blog, divenuto presto di successo, che di fatto si contrapponeva ai media tradizionali, offriva notizie alternative, scomode, e ammettiamolo, spesso delle vere e proprie fake news, come le chiameremmo oggi.

Beppe Grillo critica, demolisce, punta il dito contro il sistema, a partire da quello finanziario e bancario, e di certo ci prende sulla cattiva gestione della Parmalat, denuncia fatti ancor prima che lo scandalo esploda poi nel 2006.

Grillo è un animale da palcoscenico, è impetuoso, collerico, eccede, ed è credibile, raccoglie la rabbia della gente e migliaia di volontari nella sua Piazza. Il primo VaffaDay è talmente un successo che ne organizza un altro a Torino il 25 aprile 2008.

Intercetta il malessere, reale (dovuto alla crisi e a scelte scellerate come l’indulto con cui vengono scarcerati 12.237 detenuti tra cui Cesare Previti, collaboratore condannato in via definitiva di Silvio Berlusconi), lo porta in piazza, lo esalta e gli consegna uno strumento: la Rete.

La delegittimazione diviene proposta, la gente è arrabbiata, il Movimento cresce, l’uno vale uno avanza, finchè nel 2013, Il Movimento 5 Stelle, nato da quella storia raggiunge il 25,5%.

Ma come si “mantiene” l’odio? E chi lo utilizza oggi in politica?

Una volta raggiunto il Parlamento inizia tutta un’altra storia, gestire la democrazia partecipativa, e la rabbia, non è semplice, per farlo serve la cultura politica che si è rinnegata per troppo tempo. E nel frattempo i social dilagano, lo slogan “uno vale uno” sembra valere davvero su Internet, e se ne appropriano tutti.

In particolare, da alcuni studi ridefiniti da Amnesty “Barometro dell’Odio” è emerso che i politici a detenere il record di maggior numero di dichiarazioni d’odio, di razzismo, o comunque discriminatorie siano Matteo Salvini, leader della Lega, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Grillo passa dunque lo scettro ad altri, che galvanizzano l’odio meglio.

L’effetto è così dilagante da essere divenuto oggetto di studio di una Commissione, la Jo Cox, presieduta da Laura Boldrini, la relazione finale ha sottolineato l’esistenza di una piramide dell’odio alla base della quale ci sono stereotipi, insulti e la normalizzazione o banalizzazione di un linguaggio ostile che a livelli superiori porta a discriminazioni e a crimini d’odio.

È chiaro che le politiche di demonizzazione riportino e diffondano la malsana idea che alcuni siano persone meno umane di altre, legittimando di fatto un dimezzamento dei diritti.

Il dogma del potere sovrano è tutto nel “noi contro voi”, e incrementa odio, paura e divisione.

L’hate speech ha di fatto caratterizzato le ultime campagne elettorali soprattutto sui social network.

Social Network ed Hate Speech, come correre ai ripari?

Sul tema se ne è iniziato a discutere davvero molto, tanto che il Consiglio d’Europa ha costituito la “No Hate Parliamentary Alliance” allo scopo di “prevenire e contrastare l’incitamento agli odi ed impegnarsi a livello nazionale ed internazionale contro l’odio in tutte le sue forme e in particolare contro l’hate speech che pervade i vari mezzi di comunicazione e in particolare il web.”

Ma è chiaro che la maggior parte del problema rimane nelle mani dei Social Network ed è a loro che spetta prendere posizioni.

È proprio di questi giorni l’annuncio da parte di Twitter di “bloccare tutte le inserzioni pubblicitarie politiche a livello globale”.  La decisione di Twitter è stata determinata dal fatto che “la pubblicità su internet è molto potente ed efficace – come affermato dall’ amministratore delegato Jack Dorsey – ma comporta significativi rischi politici laddove può essere usata per influenzare voti”.

Per saperne di più leggi Twitter boccia la Politica.

Al momento Facebook continua a considerare lecite le inserzioni pubblicitarie, anche se contengono notizie false, abolendo, di fatto, quello che era il Fact Checking. Ha però iniziato una maldestra campagna volta a oscurare le pagine che diffondono odio (è di qualche mese fa la notizia della chiusura delle pagine di Casapound) ma il sistema è associato ad algoritmi che troppo spesso non riescono a capire le sfumature di un discorso e finiscono col censurare senza distinguere anche pagine satirico-politiche come quella di Socialisti Gaudenti, o volte ad iniziative antiviolenza e anti-odio come quelle delle “sardine” che si sono viste oscurare contenuti ed eventi.

Nel lungo periodo occorrerà intervenire a livello normativo, magari prevedendo anche un inasprimento delle pene, o censurando contenuti. Ma occorrerà una sensibilizzazione attraverso politiche che promuovano la riduzione del disagio sociale e progetti mirati all’educazione e la responsabilizzazione di tutti i cittadini in termini di utilizzo consapevole delle nuove tecnologie. Insomma, il percorso inverso a quanto sino ad ora accaduto, non sarà semplice ma bisogna iniziare, presto.

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